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"Il mondo è come un libro e chi non viaggia non ne legge che una sola pagina"

 

                                                                  Sant'Agostino

 

 

 

Palmyra

 

MEDIO ORIENTE: “CIVILTA’ SEPOLTE”

di Lorena Crepaldi

 

Ci sono nella vita di ognuno di noi luoghi e momenti che si vivono con intensità tale che il confine fra razionalità e quella sensazione strana, mista di religiosità e fanatismo, che io chiamo stupore,  ci spingono ad abbassare la voce, a rallentare i nostri passi,  come in un luogo sacro della nostra vita. E’ abbastanza raro il provare certe emozioni: a me è capitato viaggiando per terre lontane, alla scoperta di origini remote, di città sepolte, di popoli dai costumi inusitati.

Rileggendo i diari corredati da fotografie, che gelosamente conservo come gioie preziose, rievoco mille ricordi e così, dolcemente,  ritorno a sognare ad occhi aperti quello che un giorno ho fissato nella memoria. Ogni pagina è nostalgia di suoni, di profumi, di sorrisi. Sfogliando arrivo a Damasco, ai suoi vecchi caffè del quartiere cristiano, dove mi sedevo a gustare un tè fra tavoli consunti dal tempo.

E’ un tuffo al cuore il ripensare alla cantilenante musica orientale diffusa da tutti gli altoparlanti, al richiamo del “muezzin”, al profumo invadente di “schwarma”, di “kebab”, i mitici spiedini di agnello con cipolle, al muoversi di uomini e donne con il capo coperto dal “keffiah”, ai “souks”, alle stradine coperte dei mercati, avvolte sovente da una penombra misteriosa con il loro penetrante aroma di spezie.

Mi ritrovo tra le rovine di antiche civiltà mesopotamiche. Una polvere millenaria copriva i miei piedi, mentre lo sguardo spaziava a 360 gradi.

Ecco la storia: la rivedo tra le colonne di Palmyra, terra di eroiche regine. Nelle distese di sabbia rosa, all’alba e al tramonto i colori si facevano irreali e trasfiguravano il paesaggio.

Dal mare di sabbia dorata al verde-azzurro del fiume Eufrate; Halabye, chiamata Zenobia, piccola città fortificata le cui mura salgono sulla sommità di una collina prospicente il fiume, offriva una stupenda visione. In quel punto le montagne aride scendevano a lambire le acque del fiume creando uno spettacolare contrasto di colori. Sulla riva opposta le allontanava un po’ dal fiume una stretta pianura verde e coltivata con al centro Zelabye, altra fortezza. Tutto il paesaggio rievocava le immagini di un passato glorioso.

Il mormorio delle acque, le grida degli uccelli rapaci, a tratti il profondo silenzio e la constatazione tangibile di come l’Eufrate fosse vitale per gli antichi popoli mesopotamici, mi inducevano a prolungare la sosta per continuare ad inebriarmi di magia... Poi la pagina cambia. Sono a 60 Km dal confine turco sulla terrazza dell’Hotel “Baron”ad Aleppo, dove sono stati ospiti Lawrence d’Arabia, Agatha Cristie, Charles Lindberg, Theodore Roosevelt e altri che hanno dormito in queste stanze.

Tutto è rimasto come ai tempi in cui l’Orient Express si fermava ad Aleppo e chiunque,  ricco o famoso, sperava di trovare qui una stanza. Mi piace pensare che il mio letto sia stato anche quello della cara Agatha o del grande Lawrence, proprio come nel 1911.

Una parte del mio cuore è rimasta laggiù a girovagare tra folle formicolanti palpitando ancora di emozioni.

Forse viaggiare è seminare una parte di sè.

Guardo lo zaino all’angolo della mia scrivania, la mia fedele bandana rosso-sangue e lentamente mi accingo a chiudere questo diario con un lungo sospiro.

 

                                            Monastir

 

TUNISIA: “TRA LE DUNE DEL SAHARA”

di Lorena Crepaldi

 

 

Proprio dietro l’angolo, a due passi da casa,  c’è un Paese non solo esotico, ma anche ricco di storia e cultura: la Tunisia, terra ove in passato approdarono fenici, greci, romani, turchi e, per ultimi,  i francesi.

Ovunque si possono ammirare  resti archeologici di grande interesse artistico.

Chi non ricorda l’epopea di Cartagine, la potente città rivale di Roma, di cui oggi, però, rimane ben poco, se non il Museo, la collina di Bysra, l’anfiteatro, il porto e le Terme di Antonino, quasi adagiate sul mare.

Proprio ovunque, da Nord a Sud si rimane rapiti dal fascino di un passato glorioso.

Tunisi, la capitale, poi, così calda ed abbagliante nel sole africano, offre al visitatore lunghi boulevards, curatissimi giardini, moschee, l’intricata “Medina”, cuore pulsante della città, il “Museo del Bardo”, il più bello di tutto il Paese, ove sono conservati gli splendidi mosaici che ornavano le case, oltre al celeberrimo ritratto del poeta “Virgilio”.

Sotto i minareti, i tetti e le volte della Medina corrono le gallerie del Souk: viuzze lastricate di pietra, botteghe, banchi e carretti carichi di spezie, di profumi, di bevande, di frutta.

Souk e Medina: l’antico mercato, l’ancora più antica città araba attirano i turisti come il miele le mosche.

Quest’ultima comincia lungo la opulente Avenue Habib Bourghiba, fulcro della vita ufficiale e mondana, verso Bab El Bahari, oggi Porte de France.

Fino al ‘600 c’era il mare, poi le onde hanno ceduto il passo alla terra, metro dopo metro.

Oggi,  la laguna inizia 1 km più a est, al capolinea del TGM, il metrò leggero.

Inoltrarsi tra la folla che spinge è un’esperienza eccitante. Suoni martellanti, strani odori, lampi di colore aggrediscono i sensi.

“Taliany? Ciao amigo! Entra amigo! Milano? Torino? Roma? Napoli? Entra, entra! No problema! Solo vedere, no comprare! Ok?”

L’invito è pressante e a volte addirittura assillante, però è facile cavarsela con un “no, grazie!” cortese e deciso.

Orientarsi è un’impresa ardua, ma smarrirsi in quel labirinto misterioso ed intrigante è un desiderio inconscio irrefrenabile che ognuno prova, quasi volesse estranearsi totalmente per vivere come nella fiaba di “Aladino”.

Il Souk “El Leffa”, nei pressi della “Grande Moschea dell’Ulivo”, seguendo Rue Jamaa Ez Zitouna, è una delle mete più interessanti dove scovare antichi “Kilim”, i classici tappeti dei nomadi berberi usati per pavimentare le tende.

Come nei tempi remoti, però, anche oggi i mercati sono distribuiti secondo criteri ben precisi: all’esterno le attività meno aristocratiche come quelle dei conciatori di pelli e dei tintori di stoffe; al centro le merci più pregiate e di odore migliore, spezie e profumi.

Attraversando la Medina da Est a Ovest sorgono infatti i vari Souks: “El Attarine” per profumieri e speziali, “Le Souk des Femmes”, “Le Souk El Koumach” per le stoffe, “Le Souk El Trouk” dei Turchi, “Le Souk El Berka” con l’antico mercato degli schiavi, “Le Souk des Orfèvres”, cioè dei gioiellieri, e di seguito tutti gli altri.

Si passa tra botteghe che vendono “Burnus” e vestiti, cuscini e borse di pelle, babucce, narghilè e le grandi gabbie biancazzurre di Sidi Bou Said.

Si cammina immersi nell’odore forte delle essenze, accompagnati dal martello degli artigiani del  Souk “El Nahas”.

Ogni cosa assume un aspetto particolare, quasi magico, mentre il tempo scorre fra contrattazioni animate, un caffè e un tè alla menta.

Poi sulla Medina le ombre si allungano, le saracinesche si abbassano, la luce scarsa e tremula delle lampade si spegne e sagome frettolose si sfiorano.

La giornata lavorativa volge così al termine, con le preghiere del “Muezzin” che riecheggiano nell’aria.

Se però il Nord e il centro della Tunisia sono ricchi di colori, di rinomati siti archeologici ed imponenti costruzioni, come per esempio la “Moschea del Barbiere” (672 d.C.) a Kairouan, 200 km a sud di Tunisi, centro religioso di primaria importanza, città famosa per la raffinata lavorazione di tappeti e per il grande “Bacino degli Aglabiti”; o sono caratterizzati da suggestivi luoghi, quali l’azzurra Sidi Bou Said, molto frequentata da poeti distesi sulle stuoie del celebre “Cafè des Nattes”, il più famoso del Nord-Africa; o ancora da colossi come El Djem, l’anfiteatro romano capace di contenere fino a 35.000 persone, ancor oggi in ottimo stato di conservazione; o dalle imponenti mura di Sfax, o dall’Arco di Diocleziano a Sbeitla, antica “Safetula”, città di fondazione “Flavia”, è però a Sud che si scopre l’indiscutibile fascino dell’architettura berbera e delle virenti oasi ricche di datteri, i migliori del mondo (Koh I Noor).

Le case troglodite di Matmata sono così surreali da creare un naturale set cinematografico.

Per evitare il caldo sono state infatti costruite sottoterra e sono ancor oggi in parte abitate. Attorno ad un cortile centrale sono distribuite su due piani le varie camere, la cucina e i depositi delle granaglie.

Colpiscono poi l’immaginario collettivo i villaggi diroccati ed abbandonati nelle immense distese desertiche.

Quante carovane di mercanti si saranno certamente fermate in quei luoghi, alternando soste nelle lussureggianti oasi di Mides, Tamerza, Gafsa, caratterizzata dalle mura arabo-bizantine, o di Kebili, Tozeur e Nefta.

Tozeur, con le sue 700.000 palme, è la più grande oasi del Paese. Le sue piccole case di argilla, le semplici moschee, i minareti quadrangolari, il famoso Museo Etnologico e le 200 sorgenti che originano il fiume Ras El Ajoun restano impressi nella memoria del viaggiatore.

Nefta, poi, la città religiosa poco lontana da Chott El Djerid, il grande lago salato dove tutti i miraggi sono possibili, annuncia le prime dune del Sahara.

Ma è a Douz che il grande deserto esordisce con la sua splendida sabbia dorata, incredibilmente fine come polvere di borotalco.

Non potrò mai dimenticare la gioia che provai quando i miei piedi affondarono in essa, nel silenzio di un acceso tramonto.

Si è tentati di inoltrarsi tra le sinuose dune rilucenti, ma il giro in dromedario che i locali offrono come esperienza è abbastanza limitato.

E’ come tuffarsi improvvisamente in una realtà senza tempo, ma ricca di antiche leggende, ove il vento spira magicamente plasmando rose di sabbia, ove i giorni si colorano di mille riflessi e le notti hanno milioni di stelle.

Non si può non cedere poi, per pochi dinari, ad una serata sotto la tenda beduina, dove cous-cous, tajine e “corne de gazelle”, un dessert arabo preparato con pasta ripiena di noccioline e ricoperto di miele, vengono serviti a suon di tamburo.

Mentre le danze si moltiplicano intorno ai falò, la notte passa, la luna cede il posto ad un accecante sole e il viaggio prosegue per le sterrate piste.

Una sosta è d’obbligo anche sulla costa, a Monastir, dove oltre al caotico “souk” si può ammirare la grandiosità del “Mausoleo Boughiba”, la Fortezza e l’austero cimitero.

Più a nord si incontra Sousse, sdraiata all’ombra dell’altissimo Forte, località turistica molto rinomata, dalle viuzze digradanti al mare, e infine la bianca Hammamet, poi Nabeul e Cap Bon, con le sue coste rocciose e i resti dell’antica “Clupea”, attuale Kelibia.

La Tunisia ha rappresentato per me il primo impatto con il cosidetto “mondo arabo”: un impatto dolce, un delicato quadro pieno di inusitati colori, suoni, profumi e antiche tradizioni.

Ha stimolato in me il desiderio di viaggiare alla scoperta di altre civiltà mediorientali, passate e presenti, tanto che oggi, rapita dall’incanto di fascinosi e antichi misteri da “Mille e una notte”,  viaggio ancora nel ricordo e a Est del mondo, talune volte,  per rinascere ancora, come in un sogno, nell’arabo sole d’”Oriente”.

 

                                                                                      

                                                                                           Salam!

 Taj Mahal

 

 

 

INDIA: “PROFUMO D’ORIENTE

di Lorena Crepaldi

 

L’India: un Paese pieno di contraddizioni, ove l’estrema ricchezza di pochi convive da millenni con la più sconcertante miseria; ove il profumo speziato dell’aria si confonde a gas maleodoranti; l’India grigia allagata dai monsoni e quella colorata dai sarees, l’India pagana e l’India profondamente religiosa dei maestosi templi ove si mescolano uomini, animali e mercanzie.

Così la ricordo dopo il mio primo viaggio ... Subito me ne innamorai!

Il primo impatto fu però scioccante: all’aeroporto di Delhi fui investita da un caldo umido asfissiante ed insopportabile e dal fetore della muffa che impietosa si impregnava ovunque.

Era agosto, periodo delle grandi piogge, il mese meno adatto per affrontare un viaggio in quei luoghi, ma ammetto che anche i monsoni e le precipitazioni, più o meno torrenziali, hanno contribuito a stagliare meravigliosi ricordi nella mia mente.

Dopo il recupero del bagaglio e i consueti controlli, uscìi dall’aeroporto e attesi, insieme ai miei compagni, l’arrivo del corrispondente.

Ancora frastornata per il lungo volo e per il cambiamento di fuso orario, impiegai qualche minuto prima di realizzare che mi trovavo davvero in India, in quel Paese lontano che conoscevo soltanto attraverso le immagini di documentari, films e avvincenti letture salgariane.  Ora la protagonista ero io e spettava solo a me esprimere emozioni, immortalare immagini e raccontare un’esperienza esotica.

Ero pronta! Potevo finalmente vedere con i miei occhi il fascino misterioso di cui avevo sempre sentito parlare.

Ma quello che vidi oltre la soglia dell’aeroporto non aveva nulla di affascinante. Rimasi colpita alla visione di decine di storpi, ciechi e mendicanti sdraiati in terra con le mani protese in attesa di ricevere qualche rupia dai forestieri.

Una nebbia abbastanza fitta velava tutta la città: l’alba iniziava appena.

Lungo la via che conduceva al centro, intravedevo enormi pozze d’acqua e palazzi anneriti dalla muffa: osservavo con attenzione per cercare di capire in che luogo avessi scelto di andare, ma era troppo presto per giungere già a delle conclusioni.

Ero molto stanca! Forse qualche ora di riposo mi avrebbe giovato, prima di iniziare l’avventura attraverso quella grande metropoli che contava più di 15 milioni di abitanti.

Dopo circa mezz’ora arrivai all’albergo, con mio grande sollievo, ma quasi subito dovetti abbandonare il pensiero di una calda doccia e di candide lenzuola profumate.

Il “Ranjit Hotel” non aveva nulla di tutto questo: il suo prestigio si era ormai perso per sempre nella notte dei tempi.

Poche ore prima si era verificato un violento nubifragio e questo aveva provocato dei gravi problemi alle linee elettriche, per cui anche al “Ranjit” non era possibile usufruire di luce e tanto meno di acqua, a causa delle pompe bloccate.

Anche la camera in cui alloggiavo era squallida, come tutto l’edificio d’altronde! Una lisa moquette di colore marrone scuro, dall’aspetto alquanto soffocante,  era stesa sul pavimento e tutto il resto della stanza era arredato con mobili consunti. Un ventilatore a pale era affisso al soffitto, ma purtroppo funzionava solo ad intermittenza secondo i cali di tensione.

Dopo essermi lavata con il filo d’acqua che miracolosamente scendeva dal rubinetto, mi stesi finalmente sul letto per qualche ora, nonostante fosse difficile addormentarsi a causa del caldo: l’umidità aveva  infatti raggiunto il livello record del 97 per cento.

Solo verso le 11.00, quando alcune compagne vennero a chiamarmi, mi preparai per il giro programmato.

Ci vollero pochi minuti di autobus per raggiungere Connaught Place,  il Red Fort e la grande Moschea Jama Masjid, centri nevralgici della capitale.

Se avevo pensato che i mendicanti all’aeroporto fossero una terribile piaga per questo Paese malato di povertà, è perchè non ero ancora giunta fino qui.

Lebbrosi, ragazzini affetti da poliomielite, elefantismo, cecità: tutti sulla strada, senza fissa dimora.

Uno strazio per il cuore! A fatica riuscìi a trattenere le lacrime, ma cercai di passare tra di loro senza infierire con lo sguardo.

Entrai nel Forte, dove la visita si rivelò molto interessante, e poi proseguii per la vicina Moschea, una delle più grandi dell’ India con il suo famoso minareto Qutab del tredicesimo secolo.

Girai a lungo per la città, attraverso le sue vie caotiche intasate da tuk-tuk, rickshaws, carri e vecchie Leyland, intercalando templi, piazze, giardini, la suggestiva tomba del Mahatma Gandhi e quella di Humayun, classiso esempio di architettura moghul del sedicesimo secolo,  per giungere  alla meritata siesta sull’ampio “Raj Path”, il  viale principale di Delhi che arriva fino all’India Gate, la porta dell’India costruita a memoria dei soldati indiani morti per Sua Maestà britannica nella prima guerra mondiale. La sua prospettiva confermava, insieme a molte altre costruzioni, il ricercato gusto inglese che andò affermandosi per più di un secolo.

Era quasi il tramonto: il cielo iniziava a colorarsi di un rosso acceso ed io, sdraiata sull’erba ancora bagnata di pioggia,  ripercorrevo  con la memoria l’intensa giornata vissuta.

A poco a poco ogni cosa acquisiva un cromatismo diverso, più vivo, più poetico...quasi magico!

Non potevo però trattenermi oltre: l’autista del nostro bus ci attendeva per il ritorno in albergo.

Avevamo il tempo necessario per un veloce ristoro prima di andare a cena tutti insieme a “Chandni  Chawk”, nel cuore di Delhi.

L’esperienza della prima cena indiana fu indimenticabile per il suo gusto intensamente speziato e piccante. Mangiai i caratteristici Dhal, una varietà di lenticchie, riso Biryani, pollo Tandoori, forse il piatto più conosciuto, zuppa, verdure, masala e altro ancora! Il tutto servito con caldo pane Chapati o Nan, una sorta di focaccina cotta sulla “tawa”, una piastra speciale.

La cena si rivelò molto divertente e rilassante: nonostante conoscessi i miei compagni di gruppo da soli due giorni, si era creato un certo feeling.

La notte trascorse tranquillamente tra le pareti un po’ scrostate della mia camera al “Ranjit”, anche se i versi di alcuni scoiattolini, che inizialmente scambiai per topi, disturbavano a tratti la serenità del mio riposo.

L’indomani mattina partimmo per Agra, nell’Uttar Pradesh, ma lungo il percorso sostammo più volte per ammirare alcuni templi hindu.

Il percorso non era molto lungo, circa 197 km, ma a tratti sterrato, per cui non era possibile viaggiare a più di 30 km all’ora. Dal finestrino osservavo il paesaggio che mutava continuamente: bucoliche immagini di donne nei campi coltivati si alternavano a foreste incontaminate, immense risaie, ma anche baraccopoli, purtroppo.

I villaggi che vedevo non erano altro che costruzioni fatte con legno e lamiera e talvolta solo con sterco, paglia e fango.

Mi rimbombavano nella mente certi notiziari occidentali:”... a causa delle piogge monsoniche sono stati spazzati via quaranta villaggi nel Nord dell’India... ecc., ecc.,”. Non era davvero difficile credere a tutto ciò!

Mi sentivo quasi in colpa a guardare: avvertivo tutto il peso di un atavico ricco privilegio che non potevo condividere.

Dopo circa sei ore, comunque, dopo aver attraversato Mathura e Deeg, arrivammo nella città del Taj Mahal, il monumento all’amore dedicato dall’Imperatore Shah Jahan (lo stesso che fece costruire il Forte Rosso di Delhi) alla moglie Mumtaz, morta mentre dava alla luce il suo quattrordicesimo figlio.

L’imponente palazzo in marmo bianco, dal raffinato gioco di intarsi floreali di petali di corniola e lapislazzuli, però, non l’avremmo visto che la mattina seguente:ora toccava al Tempio delle Scimmie, molto suggestivo , ma a prova d’olfatto.

Nonostante fosse quasi sera, fuori dal tempio non mancava qualche insistente venditore di souvenirs. Con le mani scure ricolme di oggetti di ogni sorta: collane, scatoline, portaceneri, si protendeva verso di noi, potenziali acquirenti.

Una vera tentazione  osservare, contrattare: alla fine si acquista sempre qualcosa!

Tutto a cento rupie, l’equivalente di cinquemila lire, una bazzecola per lavori di così grande precisione.

Ma era troppo tardi per darsi agli acquisti folli: bisognava cercare l’albergo di cui si era letto sulla “guida”.

Solo una notte in quel luogo e saremmo ripartiti alla volta di Fatehpur Sikri, la città fantasma costruita da Akbar, imperatore della dinastia Moghul.

Ricordo le pareti rosse del grande palazzo e la vastità della sua area. Immerso in una virente pianura spiccava sotto un cielo di piombo.

Ma il fascino dell’India sta fuori da questi palazzi. Sta tutto nei campi verdissimi, per strada, tra i bambini dagli occhi di brace, tra le donne, i venditori di profumi, di stoffe pregiate, di scialli, di collanine, bracciali, orecchini.

Jaipur è un enorme mercato all’aperto, per esempio, una bancarella senza fine.

Detta “la città dell’argento e dell’oro” vanta il primato in tutto il Paese per la lavorazione di questi metalli.

Ma Jaipur, la “città rosa”, capitale del Rajasthan, è soprattutto famosa per lo splendido “Palazzo dei Venti”, (“Hawa Mahal”) ex residenza del Maharajah, il cui aspetto singolare ha fatto sì che diventasse il simbolo del luogo.

Dall’alto della sua imponenza, attraverso le finestrelle, con le caratteristiche vetrate a losanghe, da cui sbirciavano le donne del reggente moghul, si godeva una bella vista del centro cittadino e del famoso Osservatorio Astronomico, visitato ancor oggi da studiosi di tutto il mondo.

Ricordo con enorme piacere il mio lento girovagare tra le bancarelle del vasto mercato! Avevo una guida d’eccezione: Abdul, un gioielliere conosciuto per puro caso.

Il profumo delle corone di gelsomino, tagete, frieres mi accompagnava lungo la via, mentre mi inoltravo, senza curarmi del tempo, tra improvvisati dentisti ambulanti, barbieri e lustrascarpe al “Chandpol Bazar”.

Il sole iniziava a calare quando dovetti tornare in albergo. Si trovava in periferia, ma era degno dell’appellativo “hotel”: vi era un curato giardino con prato all’inglese e una bella piscina. I direttori erano una coppia di indiani di casta elevata.  Lui era chiamato per antonomasia “il capitano”  e lei era una graziosa signora che aveva studiato in Inghilterra.

La loro squisitezza di carattere rendeva il soggiorno piacevole a chiunque.

Il giorno seguente avevano in programma la visita alla ”Fortezza di Amber”, a pochi km da Jaipur, dove si sale, come da copione, in groppa a un elefante.

Il paesaggio che si poteva ammirare lungo il tragitto era davvero unico, come unica era l’esperienza sul pachiderma!

In alto svettava la splendida residenza del Maharajah, dove all’interno “abbondavano” pietre prezione incastonate a mobili, pareti a mosaico e specchi.

Nel pomeriggio ci avviammo verso Pushkar, dove erano previste due notti di soggiorno, ma facemmo sosta lungo la via per visitare Gaitor, i suoi cenotafi e lo Jai Mahal, l’antico palazzo reale di caccia.

Verso sera giungemmo a Pushkar, un piccolo gioiello, uno dei luoghi sacri dell’induismo, raccolta intorno ad un lago e, secondo la leggenda, nata da un petalo di fiore di loto lasciato cadere dal Dio Bhrama, il Creatore.

Fra gli oltre quattrocento raffinati templi che vi sorgono,  spiccava appunto quello dedicato a Bhrama, l’unico in tutta l’India.

All’ora del crepuscolo, sui “ghat”  del tempio, quello che si vedeva toglieva il respiro:l’acqua immobile del lago, rossa nell’ultimo sole del giorno e decine di pellegrini immersi per le abluzioni della sera che spargevano fiori sulla superficie dell’acqua.

Intorno... alcune donne che attendevano l’asciugatura dei sarees distesi uno accanto all’altro su una grande piattaforma di pietra. Macchie di colore intenso: rosso, verde, blu, giallo ocra.

Dapertutto un silenzio ricco di attese, appena scalfito dal brusìo proveniente da un piccolo tempio posto sull’altra sponda, dove qualche fedele pregava davanti a un bassolrilievo del Dio Ganesh, dalla testa di elefante.

Sugli ultimi gradini di un “ghat” minore si era fermato un contadino che aveva portato la sua mucca ad abbeverarsi.  Pochi passi più in là vi erano dei bimbi nudi che improvvisavano dei giochi nell’acqua, guardati con disinteresse da un branco di scimmiette appollaiate sul tetto di una casa.

Mi colpì l’arrivo di un “Sadhu” (santo uomo) avvolto da pochi stracci, con la barba e i capelli incolti arrotolati a crocchia sul capo come il Dio Shiva, e il terzo occhio disegnato sulla fronte: iniziò uno strano rituale accompagnato dal suono cupo di un harmonium. La musica scivolava sopra la superficie del lago,  ormai inghiottito dalle ombre  della notte indiana.

I Bhramini  salmodiavano le “pujas”, le preghiere rituali, con un libro sacro in una mano e il bastoncino d’incenso nell’altra. Le sacre scalinate, i “ghat”  (se ne contavano circa cinquantadue), erano sature di fedeli.

Si avvertiva ovunque un sentimento di pace e profonda armonia. All’ora del desinare, tra le botteghe e le case da fiaba, lungo le viuzze labirintiche sporche di sterco, vi erano animali di ogni sorta: maiali, cani, gatti, mucche, piccoli cinghiali, capre, galline che girovagavano alla ricerca di cibo. Tutto pareva un presepe ... tutto era poesia!

La poesia, però, nacque un giorno di qualche epoca remota quando il grande Creatore Bhrama si trovava a passare da quelle parti alla ricerca di un luogo propizio per celebrare uno “yagna”, un antico sacrificio vedico. Di fronte gli apparve improvvisamente il demone “Vajranabha”,  gigante divoratore di bambini. Lo affrontò e lo sconfisse con un candido fiore di loto, poi lasciò cadere tre petali di quel fiore sulla terra, sulla superficie arida del deserto del Rajasthan, dove si trasformarono immediatamente in altrettanti laghi.

Uno è Pushkar, dalla forma perfettamente circolare, proprio come una goccia caduta dal cielo in mezzo al vuoto senza confini del deserto.

Fin dalla notte dei tempi, è considerato un luogo di grande pellegrinaggio, quasi come la santissima “Varanasi” (Benares), dove si respira mito e devozione.

Non è considerato infatti un “tirtha” (luogo sacro, appunto), ma un “tirtha-raja”, re dei “tirtha”, citato anche nelle grandi epiche indiane, dal “Mahabarata” al “Ramayana”.

Molto celebre a Pushkar è la “Kartika Poornima”, la “festa della luna piena” del mese di Kartika, fra ottobre e novembre, quando la piana attorno al villaggio si trasforma in uno sterminato caravanserraglio e per giorni e notti il tempo passa fra tornei di cammelli e danze.

Dal deserto del “Thar” scendono i pastori con le loro mandrie di buoi, cammelli, con le loro greggi di capre. Da tutta la regione si muovono mercanti, portando con sè gli oggetti più preziosi.

I camellieri “Marwari” affrontano tornei sellando con cura i loro animali migliori, stendendo sulla gobba i nuovi “goribondh”, i drappi colorati, ornati di specchietti, che le donne hanno tessuto durante l’anno. Per loro non è solo una prova di velocità, ma un vero e proprio rito collettivo, con implicazioni mistiche, al quale la gente partecipa pregando, agitandosi, scommettendo (magari tutto quel che possiede) su un concorrente. Poi, quando tutti i giochi sono stati giocati, tutti gli scambi sono avvenuti, tutte le offerte sono state accolte dagli Dei, la festa finisce.

La grande fiera, detta “Mela” ha un significato religioso e commerciale, ma nasce dalle usanze agricole del luogo: si svolge infatti nel periodo che intercorre fra il raccolto del “bajra” (specie di miglio) e la semina del frumento e dell’orzo.

Avevo letto sulla guida di quella straordinaria festa e, mentre mi aggiravo  curiosa, mi pareva quasi di vedere quella incessante baldoria.

Non era novembre, ma la luna piena c’era e brillava argentando il lago.

Tutta la notte udìi canti di preghiera: una dolce nenia che conciliava il passar delle ore fino al sorgere del sole.

Il mattino seguente andammo in escursione ad Ajmer, distante undici km in direzione sud-ovest, città di circa quattrocentomila abitanti, in prevalenza mussulmani.

Qui non vi erano molti templi dedicati alla “Trimurti”, ma moschee.

Ne vedemmo una, la più importante, “Shah Jahani Majid”, ma non fu comunque possibile entrare dentro fino al “Mirhab”: dovemmo sostare nei cortili circostanti, dove si trovava la tomba del santo Sufi Khwaja Moiinuddin Chisti.

Vi erano gruppi di ambulanti, di donne, di anziani in coro, che vivevano la serenità del luogo alternando momenti di silenzio e riflessione a rituali lavaggi nelle vasche delle abluzioni.

Un’atmosfera molto diversa da quella dei ghat e dei templi hindu, ma ugualmente ricca di fascino. Anche la vita sulle strade aveva un sapore arabeggiante e ciò rendeva il tutto ancora più originale.

Un giro in rickshaw mi esaltò ancor di più lo spirito prima del ritorno a Pushkar, dove trascorsi un’altra notte.

La sveglia era prevista per l’alba, perchè la giornata prevedeva un intenso itinerario.

Avremmo attraversato la regione dello “Shekavati”, famosa per le splendide case affrescate,  le “Haveli”.

La prima tappa prevista doveva essere Mandawa e così fu.

Serviva anche da base per gli spostamenti “a raggio”, infatti, non fu l’unica che visitammo.

Trovai molto entusiasmante il giro nella piccola cittadina di Nawalgarh, dove, oltre a vedere i singolari affreschi, venimmo accolti in una scuola maschile.

Una delle ragazze del gruppo fu a dir poco  osannata quando scoprirono che era insegnante.

Ci trattenemmo per un po’ con il corpo docenti, facemmo un giro per le aule e alla fine ci scambiammo gli indirizzi, prima di proseguire il viaggio.

Gli affreschi adornavano parecchie abitazioni: i più antichi erano risalenti al 17mo secolo, ma ve ne erano anche di recenti, non più vecchi di venti o trent’anni.

Passammo per  Dimdlod, Lachmangarh, fino ad arrivare a Fathepur, dove avevamo in programma l’ennesima visita ad una residenza regale.

Proseguendo per Bikaner, dove giungemmo verso sera, facemmo sosta lungo la via a Deshnok, ed esattamente al “Tempio dei topi”, consacrato a “Karna Devi”, un luogo assai interessante, ma decisamente da “brivido”.

Indossai i miei fedeli calzini bianchi, depositai i sandali all’ingresso e mi inoltrai, insieme a pochi altri audaci compagni, all’interno del tempio.

Il fetore era fortissimo e assolutamente insopportabile, ma la curiosità di vedere cosa ci fosse in quel luogo suppliva ogni ripugnanza.

Intorno a me correvano centinaia di minuscoli topi: ve ne erano ovunque.

Piccoli cumuli di granaglie erano depositati nei vari angoli del cortile, dove al centro vi era la sacra ara coperta con la statua del Dio.

Decine di fedeli portavano in offerta fiori, frutta, lumini e pregavano con grande devozione.

Si narra che tra quei piccoli animali, dall’aspetto neanche molto sano, vi sia un topolino bianco e che chi riesce a scorgerlo avrà fortuna nella vita.

Naturalmente non mi posso annoverare tra gli eletti, ma personalmente dubito adirittura che ci fosse.

Credo che ancor oggi nessuno sia riuscito a vederlo!

Dopo quella disgustosa esperienza, che comunque non giudico assolutamente così drammatica, gettai via i calzini e ritornai sul bus.

Dovevamo arrivare a Bikaner entro sera e così fu.

Lungo la via, però,  cominciavo ad avvertire un certo malore: avevo brividi, forti spasmi al ventre e qualche linea di febbre.

Giunti in città i sintomi si erano acutizzati, tanto che mi costrinsero a stare in albergo per qualche ora.

Presi qualche pastiglia, mi distesi sul letto e cercai di dormire un po’. Al risveglio non mi sentivo assolutamente meglio: la gastroenterite aveva mietuto un’altra vittima!

Ero l’ennesima componente del gruppo ad essere colpita dalla “Maledizione di Shiva”, come l’avevamo soprannominata.

Nonostante non fossi assolutamente in forma, mi avviai con gli altri per un giro in centro.

Mi sentivo sempre peggio, tanto che la cena al “ Lalgarh  Palace”, splendida reggia da “mille e una notte”, adibita ad Hotel  e  ristorante, non potei gustarla appieno.

Mi trascinai la gastroenterite per circa una settimana: il risultato fu che persi quattro chili. Inizialmente sembrava che neanche i potenti antibiotici che avevo preventivamente portato dall’Italia fossero efficaci, ma poi cominciarono a sprigionare con successo i loro benefici.

Nel frattempo avevamo proseguito per le tappe successive: Gajner, con la sontuosa residenza e il lago, e Jaisalmer, detta “la città d’oro”.

Quest’ultima, fondata nel 1156 da Jaisal Singh, si presentava come un vivido miraggio nel deserto agli occhi del visitatore.

Tra “Haveli” e “ricami di pietra” sui palazzi, svettavano qua e là le imponenti cupole dei templi “jain”.

In quei giorni il cielo era terso e fungeva da specchio infinito per quel luogo che riservava un’atmosfera d’altri tempi.

Mille misteri sembravano aleggiare in ogni anfratto, ma a Jaisalmer i segreti veri erano solo nella roccia, in quella magica arenaria scolpita.

Le sue tenui sfumature esprimevano l’animo della gente: semplice e cordiale, come Baghwan, la guida che avevamo conosciuto.

Dalla “Fortezza” erano visibili tutti i templi disseminati nella zona e il vicino lago sacro, dove ogni sera si perpetuavano le preghiere dei bhramini.

I tre giorni di pernottamento in quel poetico angolo dell’India erano appena sufficienti per potersi calare nella realtà locale e per visitare i villaggi limitrofi, alle porte del deserto.

A pochi km dal confine con il Pakistan si trovavano infatti “Bada Bagh”, “Ramkunda” e “Lodurva”, cittadine abitate da poche anime dove fummo accolti con indescrivibile entusiasmo.

Come in un armonioso quadro di fattura “naif”, case e capanne si intervallavano a tombe, cenotafi, templi hindu e jain. Simboli sacri ed antichi come la “svastica” erano posti all’entrata di questi ultimi, in segno di fortuna e prosperità.

Capitammo per caso nel bel mezzo di una festa: decine di donne riunite in una “kermesse” tutta al femminile.

Scoprimmo che si trattava del “Teej”, la “festa delle donne”, appunto.

In occidente la si celebra l’8 marzo con manifestazioni pubbliche e mimose, mentre in India essa coincide, in linea di massima, con il 16° giorno della 5° luna dell’anno indiano, all’inizio di “Shavran”, il mese più caldo e soffocante.

Quell’anno era il 10 agosto.

La festa, in genere, comincia poco dopo l’arrivo del monsone, con un’esplosione di gioia da parte di milioni di esseri umani.

Nei giorni che precedono l’arrivo delle piogge, si sta come pietrificati. La luce brucia gli occhi. Si respira a fatica. La terra è nuda, disseccata. I villaggi di fango e paglia si distinguono appena. Sui volti si legge l’angoscia. La siccità entra nei cuori. E questo dura giorni e giorni. Poi, di colpo, una spessa barriera di nubi sale all’orizzonte. Il vento comincia ad agitare le fronde degli alberi. Il tuono rimbomba. Le prime gocce cadono. Gli uomini e le donne si precipitano fuori e offrono il proprio corpo al diluvio che rigenera gli esseri e feconda la terra. L’acqua purificatrice cade, quasi a cancellare ogni male, ogni sofferenza.

Lo spettro della carestia svanisce improvvisamente. La vegetezione resuscita e copre la campagna di mille seduzioni naturali.

E’ proprio nell’Ovest dell’India, nel vasto e romantico Rajasthan, che la festa del “Teej”, in onore del ritorno annuale dell’acqua nutrice, è celebrata con maggior fasto e fervore.

Nel celebrare la “fertilità” venuta dal cielo si fa riferimento ad un simbolo di procreazione. Ecco dunque che madrina del Teej è una delle divinità del Pantheon induista: la “Dea Parvati”, moglie di Shiva.

Figlia dell’Himalaya, regina delle montagne e della natura, dea dell’abbondanza, archetipo della donna ideale, la “yoni” per eccellenza, cioè la “fertilità cosmica”, non avrebbe potuto che rappresentare la donna come “terra” e “acqua” prolifiche.

Degna sposa di Shiva, personificazione dell’amore, simboleggiato nel “lingam”, il “fallo” in perenne erezione, aveva, in un tempo remoto,  consacrato il giorno in cui caddero le prime gocce di pioggia monsonica e ritrovò l’amato sposo dopo una lunga separazione.

Da allora il Teej è innanzitutto una grande festa femminile. In tutte le case, anche le più umili, le madri di famiglia e le ragazze si abbigliano con i loro “sarees” più belli e più colorati. Si fanno ornare i palmi delle mani e i piedi con delicati motivi decorativi fatti con la polvere di “hennè”, e coprono i polsi e le caviglie con braccialetti d’oro, d’argento e di avorio.

Ricordo un gruppo di giovani spose, riconoscibili per l’uso dei numerosi braccialetti, appunto, come dettava la tradizione, che danzavano gaudenti e spensierate, e altre che si spingevano l’un l’altra su un’altalena improvvisata, ma decorata con fiori ed ornamenti.

Un elemento, questo, assolutamente originale ed insostituibile nel Teej. Era appesa ad un albero di mango, perchè simbolo di fertilità.

Ovunque vi erano fanciulle, ma anche anziane donne, che recitavano “mantra”, intonavano canti, invocavano benedizioni per sè e per le proprie famiglie.

Era inoltre un’occasione per scambiarsi doni, soprattutto per le giovani spose e le ragazze da maritare, che ricevevano nuovi abiti e gioielli da parte di parenti. Tutto pareva che facesse parte di una cornice irreale in cui il tempo si era fermato.

Ammiravo estasiata quelle scene così inconsuete per un occidentale e pensavo quanto sarebbe stato incredibilmente fantastico acquisire il segreto di quell’armonia interiore e vivere sempre, senza remora alcuna, ogni piccolo momento come unico ed irripetibile.

Le prime ombre della sera cominciavano a calare e a sbiadire quella macchia di colore, mentre noi proseguivamo per le “dune di Sam”.

Avevamo lasciato le impolverate jeeps poco lontano, per avventurarci col cammello.

Come guide avevamo quattro o cinque ragazzi indigeni, che scrupolosamente seguivano ogni nostro passo.

Il nostro piccolo gruppo non si fermò a pernottare nel deserto, ma l’esperienza che facemmo sotto le stelle intorno al fuoco fu ugualmente molto intensa.

Ritornai poi  al bungalow insieme agli altri in tarda serata. Pensai che un comodo giaciglio fosse meglio di un cumulo di sabbia, a prescindere dal fatto che non avevo portato con me un vero e proprio sacco a pelo.

Il mattino seguente partimmo molto presto. Non avemmo neanche il tempo di salutare a dovere alcuni amici del luogo.

La tappa era Jodhpur, “la città azzurra”, per il colore delle case dei bhramini.

Chiamata anche “Marwar”, giace proprio ai limiti del deserto del Thar ed è quindi la porta che conduce al mondo magico delle dune di sabbia.

E’ una splendida città fortificata, circondata da alte mura che si estendono per dieci km. La città fu fondata nel 1459 da Rao Jodh, capo del Clan Rathore.

I Rathore si proclamavano discendenti diretti del famoso eroe epico indiano “Rama”.

A Jodhpur si possono ammirare in tutta la loro pienezza i colori e la vitalità  del Rajasthan. Meritano una visita i maestosi palazzi finemente decorati e noti per le grate di arenaria rossa, gli aggraziati mausolei, il Forte Meherengarh e i templi. I laghi contribuiscono ad accrescere la bellezza e la magnificienza della città.

Ricordo che leggevo sulla guida innumerevoli notizie che la riguardavano,  ma vederla mi colpì particolarmente.

Dolcemente adagiate tra colli e pianure, le sue piccole case erano come dipinte da una  mano divina.

Ritengo che fosse una delle città più suggestive visitate fino a quel momento.

Eravamo circa a metà viaggio, ma sembrava che quella esperienza durasse da molto più tempo.

Rohet fu la località successiva, secondo il programma.

Nei suoi pressi andammo a vedere il “villaggio dei Bishnoi”, una popolazione dalle usanze assai ristrette, tanto da basare la propria esistenza su “9 regole” di  comportamento.

Si trattava del classico villaggio costruito con fango e paglia dove vivevano alcune famiglie imparentate tra di loro.

Fu molto interessante osservare l’interno delle capanne, dei cortili, come preparavano i pasti, come lavoravano al telaio, come plasmavano l’argilla.

La loro vita era molto essenziale, basata principalmente sul rispetto della natura e degli animali, sull’alimentazione vegetariana e sulla coltivazione della terra.

Mi piacquero molto i pochi Bishnoi che conobbi quel giorno: molto riservati ma disponibili con chiunque.

La visita presso di loro non fu molto lunga, tanto che al cader delle prime gocce di pioggia prendemmo la via per Ranakpur.

La meta, però, era la “Fortezza di Kumbalgarh”, dove era prevista anche una notte.

Il cielo si incupiva sempre di più, finchè all’arrivo quasi un diluvio ci colse durante la salita al Palazzo, che appariva e spariva nella foschia come un demone imponente.

Indossai per l’occasione un impermeabile di cellophane, oltre al solito “K-way”, ma entrambi non servirono a nulla, visto che mi infradiciai completamente.

Quando infatti arrivai al magnifico hotel prenotato,  l’acqua era già molto alta.

Non potei far altro che stare in camera, rilassarmi e cenare.

Dalla veranda osservavo lo scrosciar dell’acqua  sui tetti e tra le fronde di ibisco: era una visione costante, quotidiana, che mi accompagnava dall’inizio del viaggio.

Ogni tanto vedevo qualche indesiderato ospite penetrare silenziosamente nella stanza,  ma non mi preoccupavo per innocui animaletti come il “geco”, che in India era quasi considerato un “porta fortuna”.

Piovve,  più o meno copiosamente,  fino alla  mattina dopo. Il tintinnio dell’acqua sul davanzale conciliava il sonno.

Mi svegliai col sole che penetrava attraverso le imposte: un miracolo era forse accaduto nella notte, perchè il grande disco splendesse nel cielo limpido e trasparente.

Dopo la rituale colazione, che ci vedeva tutti riuniti, caricammo i bagagli sullo sgangherato bus e ci dirigemmo verso Udaipur.

In città non dovevamo fermarci più di due giorni, ma saltarono le tappe di Ellora e Ajanta, famose per le grotte, per cui decidemmo di soggiornare qualche giorno in più.

Una delle attrazioni migliori del luogo, se non la maggiore attrazione, era il “City Palace”,  costruito dal Maharajah Udai Singh nel sedicesimo secolo. Ancor oggi in parte abitato dall’odierno principe discendente, è una immensa costruzione che domina dall’alto tutta la città. Da essa si può ammirare l’azzurro lago “Pichola” , dove spiccano tre isole.

Su una di queste sorge il celeberrimo “Lake Palace”, oggi adibito a lussuoso albergo,  mentre una delle altre due è “Yagmandir”, facilmente raggiungibile con le “lance”.

Una visita la merita anche il “Monson Palace”, residenza estiva dei reali, situato a pochi km da Udaipur.

Il giorno in cui andai a visitarlo ero insieme a Dany, un’amica del gruppo. Ricordo che prendemmo il tuk-tuk, cioè il mezzo di trasporto più diffuso ed economico, e che  impiegammo circa un’ora per raggiungere la cima della “Monson Mountain”, a causa delle numerose soste lungo la via finalizzate al rafffredamento del motore di quel trabiccolo.

Dall’alto, però, il panorama lasciava senza fiato, nonostante la nuvolaglia. Era possibile spaziare con lo sguardo per km.

Da lontano, poi, quasi improvvisamente, sopraggiunsero i primi rimbombi di tuono e qualche lampo che, illuminando il  cielo grigio come l’amianto, invitava al rientro, senza indugio alcuno,

D’altronde, gli straordinari effetti dei venti monsoni, tipici della stagione, facevano sì che il tempo avesse una variabilità senza eguali durante l’intero arco della giornata.

Ecco che un cielo perfettamente terso poteva trasformarsi, nel giro di breve tempo, in un minaccioso specchio opaco.

Imprevedibilmente, infatti, quella sera stessa, un manto di stelle brillava su Udaipur, e una luccicante luna affondava  il suo riflesso nelle acque placide del lago, ma ben presto tutto sbiadì sotto una pioggia persistente.

Comodamente seduti sulla veranda di un famoso ristorante, rimanemmo comunque tutti incantati dalla magia che quella notte regalava.

Era una notte speciale: la vigilia della grande festa in memoria dell’”Indipendenza”.

Il giorno seguente era infatti il 15 agosto e ovunque vi erano parate militari, bande musicali e venditori ambulanti.

Le strade erano congestionate dal traffico, quindi decisi, insieme a pochi altri, di evitare il centro ed andare allo “Shree Yagdish Temple”, non lontano dal City Palace.

Una ripida scalinata conduceva al portale d’ingresso, dove era appesa una campana, elemento questo, posto in ogni tempio.

Bisognava scuoterla tre volte e poi avanzare silenziosamente. Un sacerdote ci pose la “tika” sulla fronte, proferendo parole di benedizione.

Era un segno di colore rosso fatto con la polvere di cinabro, ma avrebbe anche potuto essere bianco perchè di “sandalo” o “vibhuti”, la sacra cenere dei morti.

Nel cortile del tempio circolavano liberi dei vitelli, mentre alcuni anziani erano seduti a terra in circolo e altri portavano offerte dinnanzi alla statua del Dio.

In India la religione è qualcosa di assolutamente “unico” e complesso: è legata alla “Legge delle Reincarnazioni”, della “purificazione dello spirito” attraverso la meditazione “yogica, l’alimentazione vegetariana e il raggiungimento dell’”estasi”, privilegio, questo,  per pochi.

Sono le “regole base” per un buon hindu, perchè rappresentano il destino ineluttabile e la via della salvezza: il “Nirvana”.

Metter fine al perpetuarsi della propria esistenza, all’eterno “Samsara”, reppresenta il premio per chi ha una buona condotta, una buona morale,  per chi è tollerante e generoso, per chi prega i milioni di Dei con amore e devozione, per chi ha cura del proprio corpo, per chi raggiunge un equilibrio tra mente e spirito.

Mentre rispettosamente giravo per quel tempio, mi sembrava quasi di udire le parole che invece avevo solo letto sul mio libro.

“Causa-effetto” ... questo era la “reincarnazione”!

Pensavo quale livello di evoluzione potevo aver raggiunto, ma le remore tipiche di una cultura occidentale mi impedivano di credere fino in fondo a quel “concetto”.

Alla fine mi sedetti anch’io a riflettere in un angolo del tempio e questo mi servì per riacquistare energia.  Vi era un silenzio ovattato appena infranto dal suono della campana scossa da qualche fedele che entrava.

Quando uscii da quel luogo era già tardo pomeriggio. Mi avviai con gli altri ai giardini pubblici, perchè avevo letto delle note molto positive su di essi.

“Sahelyan Ki Bari” (“il giardino delle damigelle d’onore”) era il nome del parco cittadino.

Era una splendida area ben curata e ricca di vegetazione tropicale. Ad aiuole coloratissime si alternavano fontane zampillanti e statue di elefanti: un vero angolo di pace lontano dal frastuono di clacsons e dal vociare di folla!

Fu delizioso camminare a piedi nudi sull’erba bagnata ed immortalare i volti sorridenti dei bimbi che incuriositi mi salutavano.

Tra gigantesche foglie di “spathifillum” colsi la visione di giovani fanciulle avvolte nei loro fosforescenti sarees: erano come fiori nati dopo la pioggia!

Passeggiare per i vialetti mi fece fare uno strano incontro: un “venditore di barbe posticce”.

Non riuscivo a credere che un articolo così particolare e alquanto originale potesse avere una “richiesta di mercato”. Eppure era così!

Assistii addirittura ad una vendita, mentre Dany ne provava un modello.

Appagate nel cuore, ci trattenemmo in quei giardini ancora per qualche minuto, poi ci dirigemmo verso l’uscita, dove  orde di commercianti mettevano in mostra la loro mercanzia.

Mi concessi solo una succosa “guava”, prima di tornare in albergo, in quell’albergo dal nome assai ambiguo, “Ashish”, ma molto confortevole.

Era quasi terminata anche l’avventura a Udaipur e devo ammettere che un po’ mi dispiaceva!

Mi aspettava Bombay, l’enorme metropoli dove la gente che vive rantolando sui marciapiedi è a pochi passi dai grandi palazzi di cristallo e dai moderni grattacieli.

Ricordo che gli sconfinati “slums” (bidonvilles) erano disseminati ovunque per km quadrati. Rappresentavano l’inferno dove le anime dannate erano costrette a vivere il loro destino crudele con le fogne a cielo aperto e migliaia di topi.

Non avevano nulla quei derelitti, malati e sporchi, che vivevano ai margini della società, ostracizzati da tutti. Erano i “Paria”, gli “Intoccabili”, chiamati Harjian (Popolo di Dio), che nessuno voleva avvicinare.

Trovai ancora più sconcertante girare per le vie centrali e vedere come migliaia di persone avessero come unico rifugio solo un telo di “iuta” o due lamiere.

Al “Gate of India” una miriade di bambini si aggiravano scalzi avvicinandosi ai turisti. Le loro richieste risuonavano come un noioso ritornello: “Rupees ... Madame ... rupees ... bons bons ... pen ... Madame ... rupees ...”

I loro enormi occhi neri e profondi, risaltati dal “Kajal”, che in India viene usato come disinfettante per prevenire la cecità, mi guardavano fissi e poi sorridevano.

La loro miserevole condizione non li faceva tuttavia essere tristi: sentìi che avevo molto da imparare!

Vivevano alla giornata, senza preoccuparsi di ciò che il domani poteva riservar loro.

Poco lontano dal sontuoso “Taj Mahal Intercontinental Hotel”, uno degli alberghi più lussuosi del mondo, si potevano vedere corpi dormienti sui marciapiedi, donne che lavavano i loro figli nelle pozzanghere di acqua piovana, lebbrosi sofferenti o anziani emaciati e moribondi.

Sembrava che nessuno di  “quegli” Dei, in cui tanto confidavano, avesse pietà di loro.

Quelle scene erano come un “dejà-vu”: avevo già visto, infatti, tanta sofferenza nei giorni precedenti.

Soprattutto pensai al mio primo giorno a Delhi, poi mi vennero in mente i libri di “Dominique Lapierre”, e in particolar modo “La città della gioia”, da cui era stato tratto anche un bellissimo film. Le scene che vedevo erano le stesse, se non più raccapriccianti perchè “reali”.

Calcutta ... Delhi ... Bombay ... grandi città con gli stessi problemi, con gli stessi dolori, ma  il dolore era in tutta la “Madre India”.

La grande forza del Paese stava però nella immensa dignità del popolo, nella speranza sempre presente dimostrata con il sorriso.

Molte zone della città erano veramente belle, ricche di fascino e mistero: moschee, musei , monumentali giardini, il lungomare di “Chowpatty” con gli acrobati domenicali, e mille altre cose ancora.

Di notte, poi, tutto era diverso: i giganteschi cartelloni cinematografici, tutti rigorosamente dipinti a mano, e le fantasmagoriche insegne luminose la facevano assomigliare quasi a New York. Pareva che il buio cancellasse le malevoli ombre e che tutto potesse essere vissuto con leggerezza di spirito.

Ma anche la notte passava e il sole tornava a sorgere su quella megalopoli, ove i contrasti erano molto forti, ove dimensioni e mondi diversi si incrociavano ad ogni angolo.

Ebbi occasione di girare Bombay, o meglio Mumbai, come dicono in India, dal nome della Dea tutelare “Mumba” (Mumba Amba - La grande madre) sposa del Dio Shiva, abbastanza bene e questo mi servì per comprendere meglio certi aspetti del luogo. Mi spostavo prevalentemente in taxi, perchè veloce ed abbastanza economico.

Le distanze da un capo all’altro della città erano davvero notevoli, per cui bisognava avere un programma ben preciso riguardo alle visite da fare, visto che gli spostamenti richiedevano moltissimo tempo, a prescindere dal traffico caotico.

Un giorno riuscii ad andare anche ad “Elephanta”, un’isola posta nella baia di Bombay, famosa per i templi scavati nella roccia dedicati a Shiva Mahadeva.

Un pomeriggio, io, Dany e Sylvie partimmo dal porto con un traghetto e dopo circa un’ora di viaggio giungemmo a destinazione.

I templi che vedemmo erano effettivamente molto belli e suggestivi, totalmente immersi nella verde foresta indiana.

Spiccava la figura danzante di “Shiva Nataraja”, in una fusione di ritmo e dinamico equilibrio.

L’arte figurativa indiana era sicuramente la sintesi di una “sintonia assoluta”, tra potenzialità dell’emotività umana e ricco universo di miti celesti. Si univano motivi architettonici contrastanti e addirittura antietici con forme perfette: la dolcezza con il terrificante, il misticismo con la sensualità, la staticità più assoluta con la frenesia del movimento.

Ma come per tutte le forme d’arte dell’India, ciò che presiede in ogni opera, compresa l’archittettura, all’ordinarsi delle linee e dei campi spaziali, è il cosmogramma rituale, il “Mandala”.

Per l’iconometrica indiana il “Mandala”, che significa “cerchio”, è la proiezione grafica e geometrica del centro del cosmo e delle sue parti.

Per le “sette tantriche”, per esempio, il mandala è uno strumento essenziale del rituale e sostegno alla meditazione.

Il suo magico diagramma è uno strumento per l’individuazione del “centro” ideale dell’universo, di cui è immagine riflessa, e fissa l’asse centrale del “tempio”.

A questo si aggiunge l’atto per l’orientamento dell’edificio secondo i punti cardinali, poichè tutto deve essere in rapporto armonico con l’ordine universale.

Ecco che il “tempio” è un luogo sacro ricostruito, cioè un “centro” nel quale viene magicamente trasferito il centro ideale dell’universo. Così come la statua di un dio o la rappresentazione di un mito divino devono essere “analoghi” al mondo delle sfere celesti, così il tempio diventa un “analogo” dell’intero universo, una “cosmogonìa” fissata nella “pietra” e nello “spazio”.

Costruire il tempio significa, per il pensiero religioso indiano, ricelebrare l’atto primordiale del sacrificio che ha dato origine al mondo e nella fattispecie il “diagramma” (Mandala) attraverso il quale l’edificio sacro e le sue parti essenziali sono identificati con l’”Uomo cosmico”, il “Purusha”, la prima vittima sacrificale, il cui corpo, secondo il Brahmana, venne smembrato per dare origine all’universo.

Al tempo stesso il tempio è anche la montagna “assiale”, la piramide che risale al Monte Sacro, il Monte Meru, il cui vertice è il centro ideale e mistico dell’universo.

L’intero edificio è costruito come percorso verso il “centro”, dove risiede l’immagine della divinità. Non solo è dimora per quest’ultima, ma anche un luogo di raduno del popolo dei fedeli, lo strumento di realizzazione dell’anima che, attraverso un percorso di segni d’identificazione e di un progressivo avvicinamento, mette in relazione la sfera terrena con quella celeste.

A visitare quei luoghi, infatti, così antichi e ricchi di storia, non erano solo hindu, ma anche mussulmani e cristiani alla ricerca di qualcosa di sacro, di puro, di trascendentale.

Un numero considerevole di persone ammirava con stupore e in rispettoso silenzio quel luogo così mistico, ove il “Credo” professato si spingeva oltre il tempo, la razza e la provenienza.

In tutta l’India era possibile respirare “aria di fede”, ma a Bombay erano presenti comunità religiose di ogni sorta.

Quella dei Parsi, di antica origine persiana, circa 85.000, quasi in pericolo di estinzione a causa dei matrimoni limitati all’interno della comunità stessa, era sicuramente la più famosa.

Concentrati soprattutto in città, essi non sono suddivisi per casta, come i Sikh d’altronde, e sono principalmente impegnati nelle libere professioni, nel commercio e nelle finanze.

Sono famosi per l’attitudine filantropica e per le numerose istituzioni benefiche donate alla città.

Il grande rispetto per la natura e, in particolar modo, per i quattro elementi “aria”, “terra”, “fuoco” e “acqua” (elementi zoroastriani), li caratterizza in riti assai singolari, come nell’esposizione del cadavere in caso di morte, al posto della cremazione o del sotterramento.

Il corpo del defunto viene depositato sulle cosidette “torri del silenzio” (Dakhma) e lasciato alla mercè degli avvoltoi.

E’ infatti possibile veder volare decine di questi rapaci sopra i tetti della città.

Poco lontano da quelle torri si “consuma” poi altra carne, attraverso il mestiere più vecchio del mondo: la prostituzione.

Falkland Road, nel distretto di Kamatipura, è il nome della strada più nota e frequentata. Tutta la zona a “luci rosse” è chiamata “Cages”, cioè “gabbie”, a causa delle inferriate che vi sono sulle finestre degli edifici e in particolar modo dei bordelli, in India assolutamente “non illegali”.

Ricordo molte giovani ragazze, vestite coi loro abiti tradizionali, che passeggiavano con aria “ammiccante”.

Bombay non è effettivamente una vera e propria città indiana e neppure una città occidentale, nonostante le numerosissime industrie, ma un “ibrido”, dove esseri umani vivono urbanizzati o baraccati, nel lusso o nella miseria più assoluta.

Tutto si mescola a formare un “crogiuolo” di culture diverse: storia e futuro, tradizione e modernismo, sacro e profano.

E ancora a proposito di “sacro”, non va dimenticata la presenza delle grosse comunità “muslim”, fra cui Bohra, Khoja e Memon, e quella dei  “cristiani”.

Tutti condividono lo stesso territorio, seguono le proprie tradizioni e svolgono le attività più disparate.

Ho ancora impressa negli occhi la visione dei “pulitori di orecchie” che per strada avevano file di clienti, oppure dei “mochi”, cioè i calzolai semi-ambulanti, dei venditori di “lassi”, una classica bevanda indiana, o ancora dei lavandai al “Dhobi Ghat”, il grande lavatoio pubblico che si trovava poco lontano dal “Gate of India”.

Da non dimenticare poi gli “squatting”, i classici insediamenti abusivi allestiti lungo le vie, dove venivano venduti i caratteristici “pan” e “bidi”.

I primi erano fatti con la verde foglia di betel, una noce blandamente stupefacente, spezie aromatiche, calce fresca e noce d’”areca”, e consumati dopo i pasti come digestivo.

Anche se corrosivi per lo smalto dei denti, molti indiani ne facevano uso, con la conseguente eliminazione attraverso un rivoltante “sputo” di colore rosso.

I “bidi”, invece, erano le tipiche sigarette indiane dalla fragranza molto intensa, composte da foglie secche e tabacco.

Era tutto come un grande circo: ognuno aveva un ruolo ben distinto e partecipava al “gioco della vita”, buono o crudele che fosse.

Ma il fenomeno sociale più appariscente dell’India moderna si può affermare che sia l’incredibile successo del cinema tra le masse.  Ecco dove il marasma della realtà diventa gioco e il gioco diventa lo specchio della società, ma anche una grande “fabbrica di sogni”.

La produzione nazionale è quantitativamente la prima al mondo e con i 75 milioni di spettatori alla settimana l’India è senza confronto la più grande “platea” mondiale.

Disseminati ovunque, ma soprattutto sulle facciate laterali degli edifici,  gli enormi dipinti pubblicitari o quelli relativi al cinema accendevano il paesaggio metropolitano di mille colori.

Bastava alzare lo sguardo per tuffarsi in una fresca “Pepsi” o nella jungla del Bengala con un baffuto attore.

Anche il “sogno di Bombay” stava però per terminare, proprio come la pellicola di un avvincente film. Il mattino seguente sarei partita.

La mia ultima meta era Goa, lo staterello incastonato tra il “Maharashtra” e il “Karnataka”. Goa era la terra della “Hippy Generation” che fra gli anni ‘60 e ‘70 aveva lasciato l’America del consumismo o l’Europa del conformismo per mettersi sulle strade d’Oriente. Goa sembrava davvero lo specchio di un’epoca remota.

Dopo l’avventura trascorsa prevalentemente in Rajasthan, giungevo lì per trascorrere una settimana al mare e tutto sembrava fermo come 25 anni prima.

I turisti si sperdevano lungo le spiagge o tra le verdi palme da cocco. Cosa cercavano era facilmente intuibile, se si ammiravano le sabbie dorate e i tramonti mozzafiato.

Non era l’India degli orrori e delle miserie tipiche, ma solo l’India tropicale dove si respirava una strana ”aria portoghese”.

La capitale del piccolo stato era “Panaji” (Panjim) che sorgeva sulla riva meridionale del fiume Mandovi che qui, allargandosi, sfociava in mare, consentendo così anche la navigazione a vapore.

Sulla banchina si affacciava l’antica Fortezza, attualmente sede del Governo e ancor prima del “Governatorato Generale Portoghese”, che nel 1760 vi trasferì la sua sede da “Velha Goa”. A sud-ovest della città si trovava l’Arcivescovado, mentre percorrendo per 2 km circa la strada che portava all’interno del Paese, si giungeva  appunto all’antico centro, dove al museo, erano conservati tutti i ritratti dei Governatori che dal 1520 si erano succeduti sino ai tempi più recenti.

“Velha Goa”, cioè “Senhora de todo o Oriente”, (Signora di tutto l’oriente) deve la sua esistenza ad “Alfonso do Albuquerque” che nel 1510  prese d’assalto una piccola città costiera del Sultanato di Bijapur.

Le navi portoghesi si aprirono la strada verso le spezie per penetrare poi nel territorio indiano fino ai confini con il Maharashtra. Goa venne conquistata nel nome di Santa Caterina e per quattro secoli quel territorio, dolcemente adagiato nel fianco occidentale dell’India, conobbe il colonialismo.

La città si sviluppò rapidamente fino a diventare la capitale dei possedimenti portoghesi.

Il Cattolicesimo scacciò e perseguitò l’Induismo, mentre le bianche cattedrali barocche si sostituivano ai Templi di Shiva, Vishnu e Ganesh.

Anche San Francesco Saverio, il missionario salesiano, prestò in quella terra la sua opera di evangelizzazione dal 1542 al 1547, prima di recarsi in Giappone ove morì.

L’economia locale giunse quasi al collasso, mentre l’esportazione di spezie e frutta verso i porti d’Europa rendeva floridi i profitti per i coloni.

Dopo secoli di supremazia, i portoghesi dovettero cedere la gloria agli olandesi, che fondarono la “Compagnia delle Indie”,  con sede a Madras (nel Tamil Nadu) e, in seguito, agli inglesi.

Goa è sempre stata ed è un vero e proprio “puzzle” culturale: uno scenario di tropici rimodellato appunto in stile portoghese e affollato da numerosi occidentali nostalgici e molto “alternativi”, ancor oggi consumatori di “hashish” proveniente dal Nepal o di acido fabbricato localmente.

E’ un piccolo paradiso rassomigliante a tratti al grande “padre” Brasile, un’oasi indipendente che aspira a restare tale.

Dopo l’indipendenza del 1961, infatti, e il referendum del 1967 che proponeva l’annessione allo stato del Maharashtra, Goa ha rivendicato totalmente il desiderio di autonomia alla diretta dipendenza di Delhi.

Con i suoi 3814 km quadrati di dolci colline, risaie e foreste, un milione di abitanti e 104 km di spiagge ha rappresentato in passato il “Paese dell’utopia” per molti che in Oriente andavano a cercare il sogno di una vita diversa.

Goa era davvero un tuffo in un altro mondo!

Dalla camera al “Captain Lobos” potevo godere di una splendida vista sul mare e su lussureggianti palme da cocco che quasi si adagiavano sulla mia veranda.

Il cielo era sempre molto variabile in quella stagione: un cocente sole si alternava spesso a minacciose nubi. Tutto era insolito! Il paesaggio mi invitava a ritmi più lenti, più naturali, ed io mi calavo perfettamente nella realtà locale.

Trascorrevo il tempo andando sulla spiaggia, dove vi era un limitatissimo numero di persone: solo qualche venditore, qualche turista e qualche cane.

Ogni mattina, poi, insieme a pochi altri, mi recavo a far colazione in locali diversi.

Il posto più famoso di “Calangute” era “Infantarìa”, una pasticceria in grado di far risorgere i morti! Non potrò mai dimenticare le sue fresche spremute di ananas e le enormi brioches che venivano sfornate con ritmo sostenuto.

“Infantarìa” era una vera “istituzione”, sempre frequentatissima da indigeni, stranieri di tutto il mondo e da strani personaggi che, tra un sorso e l’altro di thè, offrivano agli avventori una vasta gamma di sostanze stupefacenti.

La tradizione non si era mai persa, a quanto pare!

Andai comunque anche in giro alla scoperta di suggestivi angoli ricchi di storia. Mi piacquero molto Fort Aguada, Velha Goa, Vasco da Gama, Dona Paula, il fiume Chapora, il lago Maen, Ponda, i Templi di Shantadurga, di cui si narra che siano sorti sul luogo in cui Durga aveva appianato un diverbio tra Shiva e Vishnu, e la cattedrale del ”Bom Jesus”, risalente al 1524, una chiesa barocca con annesso Convento Gesuitico.

Miramar, poi, si impresse molto nella mia memoria, con i pescatori che ritiravano le reti dal mare sotto la pioggia monsonica. Era come un quadro di Gaugin!

Ricordo le piroghe a bilanciere che dondolavano tra le onde grigie e le donne sulla battigia che attendevano con le ceste il carico del giorno.

Certo Goa non era l’India delle caste, nè dei sacerdoti con le tre strisce orizzontali o verticali sulla fronte, secondo che fossero devoti a Shiva o Vishnu, nè vi erano i “Baba” o i “Sadhu” in stato di “trance”, e neppure il caotico andirivieni delle grandi strade metropolitane, ma il classico fascino dei tropici frammisto a una cultura occidentale un po’ sbiadita formava un binomio di sicuro effetto,  in grado di trasmettere una miriade di emozioni e fissare ricordi indelebili.

In quel pugno di giorni che mi separavano da quello della partenza definitiva, cercavo di cogliere ogni peculiarità del luogo.

L’immagine che conservo, infatti, è proprio quella della gente che, nonostante una lingua diversa, il “Kolkani”, e un tenore di vita nettamente più elevato rispetto a tutto il resto dell’India, conservava il sapore di una dignità classicamente “indiana”.

Molto presto le immagini del mercato di Calangute, mitica località VIP degli anni ‘60 e ‘70 che aveva vantato nel passato frequentatori illustri come i “Beatles”, avrebbero lasciato il posto a quelle di un supermercato della mia città, così come le strade di fango allagate dalle copiose piogge sarebbero state sostituite da quelle di asfalto nero.

Non potevo credere che la vacanza stava per volgere al termine.

L’ultimo piacevole ricordo me lo lasciò un tenero ragazzo indiano che conobbi sulla spiaggia, e con il quale mi intrattenni a parlare diverse ore. Era un campione sportivo, un nuotatore della Nazionale del Punjub che studiava al College. Tenendomi per mano, il suo timido congedo fu: “J love you. J’ll write to you!”. Fu quasi struggente!

All’alba del giorno seguente sarei partita insieme al manipolo di amici che avevano scelto di restare a Goa.

Alcuni altri, infatti, erano già tornati in Italia, mentre un gruppo ristrettissimo aveva optato di trascorrere l’ultima settimana nell’Ashram di Osho a Pune.

Quella notte andai a letto abbastanza presto: la malinconia mi divorava.

Arrivò quasi in un batter di ciglia il momento del caricamento bagagli, della colazione e del volo per Bombay.

Al “Sahar International Airport” dovemmo attendere parecchie ore, finchè una voce dal microfono non annunciò il nostro volo dell’”Air India”.

Pagate le ultime tasse aeroportuali ci dirigemmo verso il “gate” assegnato.

Il “good evening” delle hostess mi fece realizzare ineluttabilmente che stavo andando via.

Ormai seduta vicino al finestrino, non mi restava che guardare fuori e dare l’ultimo saluto a quel Paese meraviglioso.

Il viaggio in India era stato un viaggio alle origini, un ritorno a me stessa per ritrovare il senso delle cose.

Mi distolse poi dai pensieri la chiusura dei portelloni e l’accensione dei motori.

L’aereo correva già sulla pista: l’India si allontanava da me, ma con un sospiro mi ripromettevo di tornarci.

 

 

                                                                          Namastè!

 

                                Cordoba: La Mezquita 

 

SPAGNA: “CORDOBA

di Lorena Crepaldi

 

In una soleggiata mattina d’agosto, il biancore della città risplende sullo sfondo scuro della Sierra Morena. Sembra una vergine candida tra le braccia di un moro! La sua bellezza andalusa è nascosta, proprio come una splendida donna  araba sotto un velo qualunque, da una periferia dozzinale, squallida, che non ha il più piccolo legame con la ricchezza architettonica ereditata dagli arabi.

 

Ma è subito incanto nel “casco antiguo”, il centro storico ove risiedevano i califfi.  Qui il passato di un florido Oriente è confermato da ogni pietra, da ogni strada, dalle facciate bianche e spoglie, dietro cui si nascondono fontane, pozzi, giardini, colonnati; dalle inferriate nere che velano ogni finestra e da cui, tra gelsomini, edere e gerani, si può guardare senza essere visti.

E dalla straordinaria Mezquita, la più vasta moschea del mondo dopo la Casbah della Mecca.

A differenza delle cose meno appariscenti che la storia non si è presa il disturbo di considerare, la Mezquita è sempre stata un simbolo, prima per i mussulmani e poi per i cattolici quando la trasformarono in “Catèdral” per affermare il loro primato.

Nel patio interno alle imponenti mura, vi è il Giardino degli Aranci.

L’acqua, le fontane, gli alberi che proteggono dal sole e il silenzio richiamano  il ricordo delle abluzioni rituali prescritte dal Corano cui si sottoponevano i fedeli “muslim”.  Anche se oggi sono i turisti ad affollare il giardino, qualcosa di quel raccoglimento, di quella purificazione, rimane nella calma che infonde il luogo.

Ma una volta entrati nella Mezquita, la prima sensazione che si prova è di smarrimento. Dopo la luce bianchissima del sole, il buio è quasi totale.

La poca dimestichezza con l’architettura sacra mussulmana gioca brutti scherzi; senza altare nè navate, è difficile orientarsi in questa moschea vastissima, senza statue, senza dipinti. Solo iscrizioni, meravigliose epigrafi scolpite, dipinte in caratteri d’oro e appoggiate su un fondo blu.

Presto, però, nella luce strisciante e morbida che scivola dai lucernari, appaiono file di colonne a perdita d’occhio. Rosate, ambrate, violacee, a stelo, a spirale, di granito, di diaspro, di onice: in tutto 850, ognuna diversa dalle altre. La luce gioca tra i doppi archi, a strisce bianche e rosso pallido, disegnando ombre istoriate.

Man mano che ci si avvicina al muro perimetrale, gli archi si infittiscono e diventano sempre più simili a pizzi, fino a sbucare di fronte a una parete di spettacolare grandezza, costruita con mosaici oro e blu. Al centro di essa, brillante proprio come una lamina d’oro, riluce quel che per i mussulmani era il cuore della moschea: il “Mirhab”, posto in direzione della Mecca per orientare le preghiere. La cupola del Mirhab, una specie di nicchia in cui si trova solo una lampada, simbolo dell’Illuminazione, è uno dei gioielli della Mezquita.

Collocata al centro di questo enorme complesso, proprio in mezzo allo splendore dell’età moresca ma separata dalle alte mura, vi è la Cattedrale. Coro, pulpiti, altare, dipinti e statue sovrappongono con opulenza tutti gli stili propri dei 243 anni che occorsero per costruirla.

Al di fuori delle mura della moschea, si intrecciano le stradine della “Juderia”, il quartiere ebraico, dove mi concedo una sosta.

Minuscole e affollate “bodegas” che servono vino bianco e forte di Montilla, e ristoranti che impregnano l’aria dell’aroma di carni allo spiedo animano il quartiere e palesano il loro invito alla prova, ma la tentazione non mi coglie se non più tardi, tanto che  raggiungo il ponte romano sul “Guadalquivir”.

Un lungo respiro, socchiudendo gli occhi, alimenta in me una  profonda sensazione di benessere.

Ecco il fiume delle antiche piene! Lo osservo nel suo scorrere lento mentre taglia in due parti nette “Sierra” e “Campina”, monti e campagna.

Un venticello leggero mi accarezza il volto regalandomi sollievo. Il sole batte ancora molto caldo per le strette vie del centro, imbiancate e solitarie, percorse a tratti da qualche anima smarrita. Il mio cuore esulta di gioia nel silenzio magico di quest’atmosfera d’altri tempi. Solo i rintocchi di una campana e il cinguettio di pochi alati attirano di quando in quando l’attenzione.

Il cielo azzurro e limpido offre alla città uno specchio infinito.

L’aria profuma di gelsomino e inebriandomi mi conduce senza meta alla scoperta di misteriosi patii dove decine di vasi offrono allo sguardo attonito colorate visioni.

E’ davvero inusitato questo modo di adornare cortili! Visitandone uno, mi soffermo sul bordo di una piccola fontana zampillante e cosi, guardandomi intorno, comincio a contare quell’esercito di terracotta appeso alle pareti. Ne conto più di 100 quando all’improvviso sopraggiunge qualcuno: è una anziana signora che sorridendomi mi chiede: “ Le gustan las flores?”. Un po’ imbarazzata per l’abusiva intrusione, rispondo e inizio cosi una breve e cordiale conversazione.

Mentre l’ascolto osservo il suo volto segnato, tentando, dentro di me, di indovinarne l’età, ma non ci riesco, tanta è la sua energia vitale nello spiegarmi che ogni giorno, da sola, annaffia quei fiori meravigliosi perchè le ricordano il suo passato.

 

Non so quanto tempo sono stata in quel patio, ma il sole comincia già a calare.

Sono quasi le cinque del pomeriggio, l’ora tanto cara ad Hemingway, quando, dopo essermi congedata a malincuore da quella ospitale signora, me ne vado.

La terra esterna calore dal cuore profondo e sensuale, mentre all’olfatto mi giunge, dolce e stordente, un profumo di zagare.

In un labirinto di angusti vicoli, lentamente godendo del magico meriggio, mi incammino senza curarmi troppo del tempo e cosi, assaporando una fresca spremuta di quei gioielli del luogo,  prendo la via del ritorno.

 

  

 

“BIELLA, CITTA’ VISIBILE”

di Lorena Crepaldi

 

Era una calda giornata di giugno di tanto tempo fa quando la piccola Loribel venne al mondo. Dalla pelle candida e delicata, i capelli biondo cenere e le gote rosa, pareva proprio un fiore sbocciato sotto il sole d’estate. Era nata nell’Ospedale cittadino, l’enorme edificio giallo, un po’ scrostato, che occupava il cuore della città.

Certamente Biella non era un centro urbano dalle enormi dimensioni, ma solo una ridente località posta ai piedi della catena pre-alpina, un luogo tranquillo, ma al tempo stesso un  nevralgico fulcro dell’industria tessile nazionale, famosa anche nel mondo.

Il mondo, una breve parola che rappresentava ancora un universo sconosciuto per la giovane Loribel che negli anni cresceva spensierata in quel cortile del centro. Erano gli anni più belli, gli anni d’oro: gli anni ’70.

La vita scorreva tranquilla e l’alternarsi delle stagioni scandiva i ritmi della gente alacre che lavorava nelle grandi fabbriche disseminate nel territorio.

Gli inverni lunghi con la cima dei monti innevati erano la consuetudine che si perpetuava nel tempo, donando quasi una garanzia a chi alzava gli occhi verso il cielo e ammirava il Monte Mucrone, il grande “padre” biellese. Il suo bianco manto splendeva sotto il cielo terso di dicembre e tra riflessi azzurrognoli si stagliava maestoso a proteggere la valle di Oropa, dove, incastonato come un gioiello, appariva il Santuario della Vergine.

Molto spesso, di domenica, Loribel ci andava in gita con i suoi genitori. Amava fermarsi sulla grande scalinata e a bocca aperta ammirare quel quadro di architettura austera incorniciato in una natura lussureggiante.

Le piaceva leggere ogni volta a quale altezza era giunta, poi, a braccia aperte e con respiro profondo, girarsi per godere del panorama.

Con sguardo curioso osservava sempre il termometro, poi, con un brivido, si raccoglieva nel cappottino e correva verso la fontana. Adorava bere la gelida acqua dallo scodellone di metallo: quasi un rituale prima di andare alla messa.

La fine della funzione e il lungo scampanellare significavano poi una sola cosa: fare tappa alla pasticceria per una fumante cioccolata calda.

E così si concludeva la giornata. Il mattino seguente sarebbe iniziata una nuova settimana e quindi l’impegno scolastico.

Loribel frequentava con piacere la scuola, poiché molte erano le attività ludico-didattiche che si attuavano alla Borgonuovo. Adorava i giochi che venivano organizzati all’aria aperta nel grande giardino, soprattutto con l’approssimarsi della bella stagione.

Con i pochi compagni correva e correva tra le betulle fino allo sfinimento, per passare da “palla avvelenata” a “fazzoletto”.

Una giovinezza trascorsa sì tra quattro mura di un minuscolo appartamento, ma anche tra i  campi fioriti di campagna, quando la visita ai nonni in Valsera era festa e terminava sempre con biscotti.  Non mancavano le passeggiate nei boschi, le passeggiate al lago o le corse in bicicletta.

La grande casa bianca a due piani, le arcate, il pozzo e soprattutto il camino donavano al luogo un sapore di tempo antico che solo gli occhi del cuore potevano gustare in pieno. 

Quante primavere, estati e lunghi inverni trascorsero per Loribel, tra sogni e speranze, fantasie, primi amori e inevitabili delusioni. Gli anni passavano ineluttabili, uno ad uno, tra mille vicissitudini, ma quella panchina del parco pubblico, quella dove aveva sempre amato andare a sedersi per riflettere, pensare, piangere o semplicemente respirare l’aria fresca di ogni nuova stagione, era sempre là, nel ventre cittadino.

Protetta dalle ombre di alberi secolari, posta ai piedi dell’eroico alpino, la fedele panchina accoglieva Loribel coi suoi pensieri, riservandone appositamente uno spazio, quasi fosse madrina eletta in quel luogo.

Depositaria di piccoli segreti, testimone di qualche lacrima, appoggio per quelle dita sottili e nervose che stringevano la penna e imprimevano pensieri su bianchi fogli, la panchina giaceva sempre come una pietra miliare,  vestendosi a nuovo con foglie d’autunno, candidi fiocchi o petali di ginestra.

Giorno dopo giorno i fogli diventavano diari e i diari tesori di vita. Loribel si ritrovò donna in quella città che all’apparenza non mostrava rughe, proprio come lei, ma solo segni di saggezza antica.

Il campanile di Santo Stefano batteva sempre le ore, il Battistero custodiva una preziosa fonte e Via Italia tentava di cambiare il suo volto monello proponendo nuove gestioni o raffinati Cafè. 

La città visibile stava diventando però un’ombra per il cuore di Loribel, che aspirava invece a spazi infiniti.

La bandana rossa, lo zaino, il fedele taccuino nero di Chatwin furono le cose che la giovane avventuriera portò con sé. Loribel infatti partì.

Attraversò deserti lontani, navigò per mari inquieti, risalì fiumi, salì su cime dalle nevi eterne, quelle cime che più si avvicinano a Dio. Vide popoli d’ogni sorta, si nutrì di poco e di tanto, dormì al fianco di poeti, di misteriosi guru, di giovani amanti.

Cercò il cuore nel bianco silenzio del Taj Mahal, l’anima perduta nei mari del sud, la fede sotto il Muro del Pianto, la speranza nei rossi tramonti africani, ma forse il giusto cammino era ben oltre.

Quale via sarebbe stata la più breve per ritrovare il sorriso perduto? Questa era la domanda che Loribel si ripeteva  dentro di continuo. Parole, solo parole. Forse. Nella testa si affastellavano come atomi impazziti senza trovar risposta.

Un giorno, su spiagge immense e dorate, si illuse pure che l’amore potesse essere eterno, ma come sabbia tra le dita, lo vide svanire nel vento d’oriente.

Loribel viveva, guardava, assorbiva e andava. Andava e scriveva, scriveva, come nel tempo passato, come su quella panchina preservata da dio: la sua panchina a Biella.

Com’era lontana Biella in quei momenti: un puntino piccolo piccolo segnato appena nell’emisfero. Un puntino o forse un punto di non ritorno. Il dilemma corrodeva la sua mente, così veloce di pensieri.

Lo sguardo correva spesso al cielo, soprattutto nelle notti stellate ed insonni, ma Loribel non vedeva nessun segno che potesse indicarle la sua via.

Il brivido che la pervadeva non era che di solitudine.

L’immenso custodisce sì la libertà, ma non esiste radice che cresca senza terra: questo si diceva tra sé e sé dinnanzi allo specchio. Ma a chi apparteneva l’immagine riflessa nello specchio? Dov’era finita Loribel? E la sua gioia, la sua speranza? Forse non erano più in quello specchio o forse non c’erano mai state.

Tra le pieghe di un vecchio fazzoletto che aveva portato con sé, Loribel trovò un mattino la risposta che cercava: un quadrifoglio. Improvvisamente le scorsero negli occhi, proprio come in un film, fotogrammi di luoghi che ben conosceva, ma che credeva di aver già dimenticato. Poi una mano, un sorriso, un abbraccio, un bacio furono gli elementi che  completarono quel puzzle di ricordi riaffiorati. Il cuore le balzò in gola e stringendo quel minuscolo simbolo al petto pianse a calde lacrime.

Ora sapeva cosa fare. Era finito il tempo di andare. Era tempo di tornare.

Avrebbe detto addio a mille luoghi incantati, avrebbe lasciato tanti sguardi amici, tante mani caritatevoli o forse non avrebbe lasciato più di quanto aveva già avuto in passato senza riconoscerlo.

Aveva spiegato le sue ali di gabbiano prigioniero oltre il confini del suo mondo, lontano, alla ricerca di un orizzonte smarrito, ma non esisteva sciarada più complessa di quella di vivere, vivere bene con sé stessi e vivere ovunque.

Aveva viaggiato e viaggiando aveva seminato una parte di sé. Aveva raccolto mille esperienze, si era nutrita di sensazioni. I suoi occhi avevano visto la povertà e la ricchezza, la vita e la morte, ma l’essenza dell’“essere”, essere soltanto non era che racchiuso nel suo cuore, proprio là, dove era sempre stato.

In un mattino velato di bruma, al sorgere del sole, Loribel riprese la via del ritorno. Il tempo, improvvisamente, non aveva più dimensione, se non quella del presente.

Il suo spirito inquieto era libero ora. Poteva volare in ogni cielo e non temere confini.

Biella era là, da qualche parte, forse agli antipodi, e presto l’avrebbe rivista. Terra di padri diffidenti, ma tenaci e virtuosi, terra di sorrisi accennati e denari anèlati, ma terra di avi, che nessuna memoria avrebbe cancellato.

L’aveva amata, odiata, lasciata e infine ritrovata.

Il mondo non era poi così grande, così diverso, se il cuore fugge sempre senza ascoltare il proprio battito.

Come palpitava ora il suo cuore nel rivedere i colori del passato riaccendersi negli occhi. Con la vecchia funicolare salì fino al Piazzo e incamminandosi nel silenzio ovattato oltre l’arco arrivò alla ringhiera, dove osservò il panorama: San Girolamo nel suo rosso vermiglio, la Piazza Martiri e l’enorme edificio giallo scrostato dove aveva emesso il primo vagito. Alle sue spalle si stagliava sempre il “grande padre Mucrone”, forse meno azzurrognolo di un tempo, ma sempre maestoso come nel ricordo.

Laggiù la vita pullulava, ma Loribel era avvolta da un’emozione che le toglieva il fiato. Sentiva finalmente il suo respiro, il battito del suo cuore, l’essenza della sua anima. Si lasciava semplicemente trascinare dal profumo dell’aria fresca e dei pollini per godere in pieno di tanta visione. Ritornò verso la piazza, così romantica nei suoi colori pastello, e bevve alla fonte di piazza Cisterna. Udì le campane di San Giacomo e notò una placca sul muro del vecchio carcere. Lesse che ne avrebbero fatto un Ostello, un luogo di ricovero per viaggiatori, forse viaggiatori alla ricerca della felicità, proprio come lei in un passato neppure lontano.

Lungo l’acciottolato pensava, pensava e andava. Al giardino di Palazzo Ferrero riconobbe un volto amico, un amico di tanto tempo fa, che abbracciandola d’impulso le diede un bacio. Loribel rimase impietrita dallo stupore o forse da quanto era stato smosso dentro di lei, come una zolla bisognosa di acqua. Un amore sognato, un amore mai consumato…forse solo il bocciolo di un amore riesumato.

E il tempo passò ancora, ma sembrava senza fine. Loribel e l’amico ritrovato si incamminarono a piedi verso il piano, scendendo lungo la costa tortuosa della collina. I primi lampioni si accesero, così come la luna nel cielo. Parole, parole e ancora parole e Loribel si ritrovò mano nella mano su quella panchina che tanto amava. Sì, la sua panchina del parco pubblico, quella al centro dello Zumaglini, proprio quella ove rese crisalidi i suoi pensieri, i suoi sogni e suoi i dubbi.

Ora Loribel si sentiva farfalla nel cielo di Biella. Un nuovo sorriso le illuminava il volto, pronta anche a bussare a quella porta che un giorno aveva chiuso dietro di sé. Con animo leggero, il cuore avvinto e una mano fedele che la stringeva, Loribel ritornò a casa e disse:”Eccomi”.

Un sorriso, un abbraccio, un bacio e il quadrifoglio nel vecchio fazzoletto liso diventò nuovamente realtà e ricordo per il futuro.

Parole, parole e ancora parole nella testa di Loribel. Un confuso silenzio… ma i pensieri non si affastellavano più come atomi, poiché era solo il suo cuore a parlare.

Nell’arco di un istante Loribel e la madre compresero ogni cosa, una dell’altra, fino a quando non riecheggiò nell’aria:”Bentornata a casa, a Biella, la tua terra, figlia mia”.

E la porta si chiuse, come un capitolo, poiché la vita continua…ma questa è un’altra storia.

 

Concorso Letterario "BIELLA, CITTA' VISIBILE" - maggio  2008